giovedì 11 marzo 2021

Le Muscle Car Italiane, una prima bozza.

 

           Le “Muscle Car” Italiane

 

 

1              La FIAT 131

2              Le altre FIAT (132/Argenta, “Lingotto”)

 

             La FIAT 131

Quando nel 1974 entra in produzione la 131, prendendo il posto della 124 nel catalogo della FIAT, qualcuno in Corso Marche inizia a pensare a una versione “muscolosa” della berlina per le famiglie della FIAT. Si guarda, con ritardo, alle “Muscle Car” d'oltreoceano, berline a 2 porte e 4 posti, derivate dalle auto per famiglie, ma dotate di motori ad alte prestazioni e in alcuni casi soluzioni tecniche più avanzate. L'idea è offrire una GT a dimensione familiare, con 4 posti veri, per adulti, e un comodo bagagliaio, che mantenga la linea della berlina, ma con un tono marcatamente sportivo, quasi per allontanare lo spettro della crisi petrolifera che condiziona il mercato automobilistico. L'idea è anche quella di distanziarsi e differenziarsi da un'immagine eccessivamente sportiva (anche se, come vedremo, le cose prenderanno tutt'altra piega), le parole-chiave sono quindi "Prestazioni, Comfort di marcia e Abitabilità".

La prima incarnazione di questa nuova linea nasce nel 1976, in parallelo con la 131 Abarth Rallye, da cui mutua tutta la parte meccanica e buona parte della carrozzeria, differenziandosi solo per i passaruota allargati meno estremi e per gli spoiler anteriore e posteriore di diverso disegno. Le differenze maggiori sono negli interni, con sedili profilati rivestiti in velluto (gli inserti in pelle su schienale e seduta erano optional), la plancia di diverso disegno (alcuni esemplari erano dotati di inserti in finta radica, ma si trattava di personalizzazioni aftermarket a cura dei concessionari). Gli optional più diffusi erano i cofani motore e bagagliaio nero opaco[1], lo spoiler sul parabrezza posteriore, i fari fendinebbia e la possibilità di scegliere fra quattro diversi disegni per i cerchi in lega.

La “Seconda Serie” (1978-1981) fu quella che caratterizzò più marcatamente la 131 GT, come venne chiamata. Tre le motorizzazioni disponibili, il 2000 bialbero aspirato da 113 CV, il 2000 Volumetrico da 138 CV e il V6 2400 da 175 CV di derivazione Ferrari[2]. Diversi gli allestimenti disponibili, differenziati anche in base alle motorizzazioni; partendo dal 2.0TC, disponibile solo nell'allestimento base, la cui dotazione comprendeva:

      Calandra specifica con quattro proiettori (simile alla Racing, ma nero opaco)

      Spoiler anteriori e posteriori e passaruota di disegno specifico neri

      Cerchi in lega di disegno specifico

      Interni con plancia, console centrale e sellerie in velluto grigio antracite specifiche

      Autoradio e punti luce aggiuntivi

Fra gli optional più comuni, oltre ai cofani neri, c'erano i cerchi maggiorati, lo spoiler sul cofano posteriore, le minigonne e la possibilità di scegliere fra tre modelli di cerchi maggiorati.

Il 2.0TC Volumetrico dava maggiori possibilità di personalizzazione, essendo disponibile in due allestimenti, GT e Abarth. Il secondo comprendeva, oltre alle dotazioni della GT:

      Calandra nera con fari a scomparsa[3] con marchio Abarth

      Spoiler sul tettuccio e sul cofano

      Minigonne

      Terminale di scarico sdoppiato con marmitta specifica

      Cerchi in lega specifici

      Assetto sportivo ribassato

      Sedili anteriori sportivi

      Marchi Abarth su cofano, bagagliaio e scritte specifiche

Gli optional a pagamento comprendevano il climatizzatore, i cofani alleggeriti[4], il kit fendinebbia e fari di profondità[5] (che però imponeva la calandra del modello GT senza fari a scomparsa)

 

Anche il V6 era disponibile nei due allestimenti GT e Abarth, che riprendevano le dotazioni del 2.0TC Volumetrico con marchi specifici, 131GT V6 nel Primo caso, e Abarth 175 nel secondo. Una piccola serie di circa 175 esemplari fu allestita come 131 Dino, che riprendeva le dotazioni della GT con l’aggiunta dei marchi specifici, della selleria in pelle e dello scarico sdoppiato.

 


 

Le altre FIAT

    

1              132/Argenta

Anche la 132 prima e l’Argenta poi ebbero le versioni “sotto steroidi”, che fecero capolino nel 1978 in occasione del restyling. Le motorizzazioni erano comuni alla 131, ovvero il bialbero “Lampredi” da due litri e il V6 “Dino”[6]. Gli allestimenti “sportivi” dell’ammiraglia di Mirafiori prediligevano il comfort e un accenno di lusso, senza però andare a intaccare la quota di mercato del marchio “premium”, ovvero Lancia. Le due motorizzazioni (140 cavalli per il volumetrico e 175 per il V6 Dino) erano abbinate a cambi manuali 5 marce ZF (Il V6 aveva la griglia invertita, con la prima in basso, per dare un tono di sportività maggiore.) e solo per il due litri era disponibile un cambio automatico a tre rapporti. Le linee esteriori erano sostanzialmente immutate, ma caratterizzate da filetti rossi e particolari in nero opaco, che appesantivano ulteriormente la linea tutt’altro che filante della 132.

A differenza della 131, per la 132 il due litri volumetrico era disponibile in un unico allestimento, denominato 132 GT Volumex, caratterizzato dalla calandra nera o cromata coi fari a scomparsa[7], dalle minigonne e da un discreto spoiler anteriore, oltre che dai soliti cerchi in lega specifici e dallo scarico sdoppiato. La motorizzazione Dino invece era disponibile in due allestimenti, uno più improntato all’eleganza e al comfort, denominato 132 2400, mentre il secondo, più sportivo, era identificato come 132 Dino.

La 132 2400 aveva doppi fari di identico diametro, fendinebbia incorporati nello spoiler e appendici aerodinamiche discrete. Gli interni erano disponibili in tre allestimenti, velluto, pelle e velluto e interamente in pelle, in tre combinazioni cromatiche abbinabili agli esterni (marrone chiaro, marrone scuro e nero). Anche la plancia in vera radica era rivestita in pelle, come volante, leva e cuffia del cambio. Erano presenti servosterzo e condizionatore, mentre il cambio automatico, ufficialmente opzionale era di fatto di serie. Fra gli optional “di serie”, c’era il set di valigie, realizzato su misura per il bagagliaio.

La 132 Dino aveva interni in pelle nera, climatizzatore, cerchi in lega specifici, minigonne e spoiler anteriore, mentre la plancia, rivisitata, era in alluminio spazzolato. Immancabile lo scarico completamente rivisto e sdoppiato, con due terminali ai due lati della paraurti, e i marchi specifici.

Dal 1981 gli stessi allestimenti furono disponibili per l’Argenta, che rimase caratterizzata dalla calandra nera coi fari a scomparsa per tutte le versioni e per le luci posteriori fumé.

Dell’Argenta furono allestite diverse serie limitate, immutate nella carrozzeria, ma con dettagli interni (e in alcuni casi esterni) specifici. Si trattò spesso di collaborazioni con case di moda come Versace, anche se la più conosciuta e appariscente fu la Abarth Racing del 1984.

 

2              La Lingotto

La Lingotto fu l’ultima evoluzione della linea, ormai obsolescente, della 131. Nessuna modifica strutturale, meccanica o motoristica, solo una linea molto “americana”, con una carrozzeria due porte e una rivisitazione dei lamierati per allungare il cofano e ridurre lo sbalzo posteriore, con il parabrezza posteriore quasi verticale e linee decisamente squadrate. Niente di nuovo sotto il cofano, almeno per la prima serie, con il solito Lampredi Volumex identificato da una piccola gobba sul lato sinistro del cofano.

Interessanti le soluzioni quali le portiere senza montanti con i finestrini senza cornici, il differenziale autobloccante e la possibilità di avere, come optional “di serie”, la strumentazione digitale. Il frontale, non particolarmente innovativo, aveva i soliti fari a scomparsa e uno spoiler anteriore discreto ma funzionale.

Gli allestimenti, per la prima serie erano i classici due, Lingotto e Lingotto Abarth, quest’ultimo caratterizzato da marchi e cerchi specifici, e dallo scarico sdoppiato. Il motore era stato portato a 150 CV in questa versione.

 


 

 

 

 


 




[1] Si trattava dei normali cofani di serie, in lamiera, dipinti di nero opaco.

[2] Era il “Dino” che aveva già equipaggiato le “Dino Ferrari” e le Stratos.

[3] I fari erano nascosti dietro una mascherina scorrevole, mossa da due motorini elettrici, uno per lato. In caso di necessità, era possibile il lampeggio e un minimo di illuminazione della strada anche a mascherine chiuse.

[4] In questo casi si trattava di veri e proprio cofani in vetroresina.

[5] I gruppi ottici erano composti da quattro elementi circolari, i due più esterni, di diametro maggiore, ospitavano gli anabbaglianti, mentre quelli interni, di diametro minore, erano dedicati agli abbaglianti. Erano poi presenti due elementi rettangolari che ospitavano i fendinebbia.

[6] Il V6 della 130 era stato escluso, prevalentemente per questioni di marketing e immagine.

[7] Praticamente identici a quelli della 131.

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