martedì 9 novembre 2021

La Rete Ferroviaria Marziana. Primi lineamenti.

 

La rete ferroviaria delle colonie italiane di Marte è quella maggiormente sviluppata sia come materiale rotabile che come estensione. È totalmente elettrificata e a doppio binario lungo gli assi principali, mentre i collegamenti minori sono a binario singolo. Questo consente di  raggiungere un livello di sicurezza ed efficienza superiore a quello delle altre colonie.


Il materiale rotabile è di fatto lo stesso utilizzato sulla terra, adattato alle esigenze marziane, come ad esempio la pressurizzazione, la schermatura e gli altri adattamenti necessari.

La scelta di elettrificare completamente la linea è stata dettata anche dalla grande disponibilità di elettricità dovuta alla presenza dei “Generatori Fermi”, in grado di fornire energia sia per il fabbisogno interno che per le esportazioni. Le altre colonie utilizzano prevalentemente locomotive esotermiche o a vapore o aria compressa, che garantiscono un’autonomia e un’affidabilità inferiori, oltre alla complicazione di dover sviluppare e produrre macchine in grado di operare solo su Marte.


Il materiale rotabile si può dividere principalmente in due categorie, ovvero le elettromotrici per composizioni a carrozze “libere” e gli elettrotreni, questi ultimi in composizione bloccata e a loro volta divisi in due famiglie, gli Elettrotreni per le Alte Velocità e gli Elettrotreni Leggeri, impiegati prevalentemente per le relazioni locali.


Quasi tutto il materiale rotabile proviene dalla Terra, assemblato dalla Breda Meccanica Marziana, dalla AnsaldoMarte e da altre officine metalmeccaniche. La manutenzione è invece a cura delle Ferrovie Marziane dello Stato.


Le elettrotromotrici appartengono a tre Classi, le E.428, impiegati per i treni passeggeri Rapidi ed Espressi, le E.626/625 per i treni locali e per il treni merci, e le E.636 per i treni a media-lunga percorrenza e per alcuni treni locali ad alta frequentazione. La combinazione di carrozze variava ovviamente in base alla tipologia di treno, ma comprendeva invariabilmente carrozze postali/bagagliaio, dato che le FMS garantivano il servizio postale. 

Gli Elettrotreni invece erano gli ETR200, impiegati sui treni Alta Velocità, SuperRapidi, mentre le Elettromotrici leggere appartenevano alle varie declinazioni della serie 79*/80*/88*, impiegate su tutto il trasporto locale, e per i servizi economici/pendolari e per i servizi a media percorrenza.


Le modifiche comuni a tutti i rotabili consistevano nella pressurizzazione di tutti gli spazi, mediante l’uso di porte stagne, guarnizioni di sicurezza e vetri a doppia camera; tutte le carrozze e le motrici erano dotate di accumulatori alimentati da un impianto fotovoltaico di emerge, in grado di fornire suppeorto vitale per almeno 12 ore in caso di interruzine dell’alimentazione esterna.


Ogni carrozza o elemento rotabile passeggeri (elettromotrici comprese) poteva essere isolato in caso di depressurizzazione delle carrozze adiacenti. I singoli scompartimenti delle carrozze passeggeri a scompartimenti potevano essere isolate in caso di emergenza.


Le carrozze erano dotate di un sistema di pressurizzazione e condizionamento climatico indipendente, alimentato da due compressori ridondanti.


I servizi Alta Veocità, SuperRapidi, Rapidi ed Espressi avevano carrozze passeggeri di I e II classe, con combinazioni miste scompartimenti/salone. Nelle carrozze salone, la I classe era caratterizzata dalla disposizione 1+2, mentre per la II e la III era invariabilmente 2+2. Le differenze fra la II e la III classe erano minime, tant’è che la per la maggior parte dei treni locali la distinzione fra le classi era stata abolita, unificandola in un’unica tariffa “locale”. Nei treni a media o lunga percorrenza, a prescindere dal materiale impiegato, le classi erano I e II, con almeno una carrozza a scompartimenti per classe e le restanti a salone.


Si sente spesso parlare dell’esistenza di una classe intermedia fra la I e la II, ovvero le carrozze a scompartimento di II classe sulle relazione a media/lunga distanza, definite a volte “II classe e mezzo”, “II classe Superiore” o similari; non è mai esistito uno scaglione tariffario intermedio, né tanto meno alcuna distinzione fra le carrozze a salone e quelle a scompartimenti. All’atto pratico, le carrozze a salone erano scelta quasi obbligata per le relazioni più affollate, mentre quelle a scompartimenti erano prevalentemente impiegate sulla Lunga Percorrenza, fermo restando che ogni composizione, anche quelle dei più prestigiosi ETR, era composta da carrozze di entrambe le tipologie.





sabato 10 aprile 2021

Guida agli stati Italiani - Le Monarchie.

 

La penisola Italica ospita molteplici Stati, diversi per dimensione, ordinamento politico e importanza. La parte occidentale, racchiusa tra le Alpi, il Mar Tirrenico, il Verbano e i fiumi Ticino e Po è occupata dal Regno di Sardegna, o meglio, dal Ducato di Savoia, che di quel Regno rappresenta la parte continentale; oltre il Ticino e occupando tutto il resto della Pianura Padana e della parte meridionale delle Alpi, si colloca il Regno Lombardo-Veneto, in unione personale col Monarca di Austria-Ungheria, che in essa gode di ampia autonomia secondo la quadripartizione in essere ormai da quasi dieci lustri.

Oltre il fiume Po, a mezzogiorno, abbiamo il Ducato di Parma, Piacenza e Stati Annessi che, pur avendo un Sovrano appartenente alla Famiglia Borbone, professa e mantiene la più salda neutralità e indipendenza, essendo legato da diversi accordi sia con gli altri Stati dell’Italia centrale, sia con l’Unione Germanica, ma è anche vincolato da accordi dinastici con la Spagna. Proseguendo lungo la via Emilia verso oriente abbiamo quindi il Ducato di Modena, attinente alla casa d’Austria-Este, ed entrambi i Ducati confinano a sud con il Granducato di Toscana, retto da un altro ramo degli Absburgo, mentre a est sorgono le repubbliche nate dalla secolarizzazione dei dominii pontifici in Romagna e lungo la costa adriatica.

Più a mezzogiorno la penisola ospita ciò che resta dello Stato Pontificio, e quindi il grosso del meridione dà dimora al Regno delle Due Sicilie.

 

Le Monarchie della Penisola Italiana

Gli Stati della Penisola Italiana sono retti dalle seguenti famiglie: il Regno di Sardegna dai Savoia-Carignano, il Regno Lombardo-Veneto, il Ducato di Modena e il Granducato di Toscana dagli Asburgo (rispettivamente Asburgo-Lorena, Asburgo-Este e Asburgo-Lorena), il Ducato di Parma e il Regno delle Due Sicilie dai Borbone (rispettivamente Borbone-Parma e Borbone-Due Sicilie). I rimanenti Stati, ovvero la Repubblica di San Marino, lo Stato di Romagna, la Repubblica Adriatica e lo Stato della Chiesa sono retti, in forma diversa, da soggetti eletti e non appartenenti a una dinastia.

Ognuna di queste antiche casate è ben radicata nei propri territori, amata e rispettata dalla popolazione e operosa al fine di migliorare il prestigio proprio e dello Stato. Vi sono però delle ben note rivalità, che hanno radici che affondano nel secolo scorso. Possiamo effettivamente riscontrare due distinti schieramenti, uno comprendente gli Stati collegati ai Borbone, che fa riferimento alle Francia e alla Spagna, l’altro che abbraccia lo schieramento composto dai Dominii Absburgici, dall’Unione Germanica, e appoggiata dall’Impero Britannico. La terza parte, ovvero gli stati dichiaratamente neutrali, è guidata, nella penisola, dal Ducato di Parma e comprende le Repubbliche dell’Italia centrale ed è vicina, politicamente, al Regno d’Olanda, del Belgio e alle monarchie Scandinave, che fanno della loro neutralità un vessillo; gli altri Stati neutrali sono la Repubblica di San Marino, lo Stato di Romagna e la Repubblica Adriatica. Fuori da ogni schieramento restano, per ovvi motivi, lo Stato della Chiesa e i Domini dell’Ordine Giovannita, che reclama il dominio secolare su Malta.

lunedì 29 marzo 2021

il gioco senza nome

C'è un gioco di carte che giochiamo da sempre in famiglia, che ci ha insegnato non ricordo più chi, e di cui nessuno conosce il nome...

 Ho provato a "buttare giù" le regole a memoria...

 

 

Il Gioco Senza Nome

 

Istruzioni di base:

 

I due giocatori hanno ciascuno un mazzo da 52 carte, dall’Asso al Re nei quattro semi tradizionali. Non ci sono i Jolly.

 

Ogni giocatore apparta un mazzo da 13 carte, con l’ultima carta rivolta verso l’alto, quindi visibile, quindi allinea 4 carte in verticale di fronte a sé rivolte verso l’alto e quindi visibili. Fra le due colonne di carte deve esserci lo spazio per 2 carte su ogni riga (quindi idealmente avremo due colonne “piene” ai lati e due colonne “vuote” in mezzo. Il mazzo con le restanti carte (35) verrà posizionato col dorso delle carte in alto davanti al giocatore, alla sinistra del mazzo da 13, lasciando fra i due lo spazio per un mazzo di scarti. Il giocatore con la carta visibile (la prima del mazzo da 13) più alta inizia il gioco.

 

Scopo del Gioco

 

Scopo del gioco è esaurire entrambi i mazzi (quello da 13 e quello da 35). Il mazzo da 13 è quello che deve essere utilizzato per primo, qualora la carta non “attacchi”, si passa all’altro mazzo. La prima carta del mazzo da 13 (mazzo di destra) è sempre visibile, mentre quella del mazzo di sinistra viene girata al momento di giocare, se non “attacca”, viene messe, faccia in alto nel mazzo degli scarti. I due mazzi possono essere usati alternativamente, con la prevalenza del mazzo di destra.

 

Regole del gioco

 

Le carte “attaccano” a colori alterni, a prescindere dal seme, in senso decrescente, quindi un 4 di cuori “attaccherà” su un 5 di fiori o picche, una regina di fiori su un re di cuori o quadri e via dicendo.

 

Le due colonne “vuote” centrali saranno occupate dagli otto assi, su cui si costruiranno le scale. Una volta messe nelle colonne centrali, le carte sono “fuori gioco, e non possono più essere utilizzate. Tutte le altre carte possono essere spostate, sempre che “attacchino” per colore e numero. Eventuali spazi vuoti possono essere occupati da una qualunque carta, a cui si “attaccherà” una cara di colore opposto e numero inferiore.

 

Una peculiarità del gioco è che ogni giocatore può “attaccare” le carte anche al mazzo di destra dell’avversario o al mazzo degli scarti, in questo caso però potrà “attaccare” solo sullo stesso seme, e solo una carta più grande o più piccola (esempio, su un 5 di picche, si potranno attaccare solo il 6 o il 4).

 

Ogni giocatore ha l’obbligo di interrompere il gioco dell’avversario qualora questi non “attacchi” una carta del numero corretto nelle file centrali (esempio, nelle file centrali la carta più alta di fiori è il 6, il giocatore attacca il 7 di fiori all’8 di cuori. L’avversario da lo “Stop” e prende il controllo del gioco.).

 

Ogni giocatore ha la facoltà di spostare le carte, una alla volta, purché:

  • Possono essere posizionate nelle colonne centrali
  • Possano essere posizionate su uno spazio vuoto.
  • Possano essere “attaccate” a una carta di coloro opposto e numero superiore.
  • Possano essere aggiunte al mazzo di destra o a quello degli scarti, purché dello stesso seme e di numero > o < di 1.

 

Non si possono scartare carte che “restano in mano” da movimenti con le carte in tavola.

Una volta scartato tutto il mazzo di sinistra, il mazzo degli scarti viene girato e utilizzato come mazzo di sinistra.

 

giovedì 11 marzo 2021

Le Muscle Car Italiane, una prima bozza.

 

           Le “Muscle Car” Italiane

 

 

1              La FIAT 131

2              Le altre FIAT (132/Argenta, “Lingotto”)

 

             La FIAT 131

Quando nel 1974 entra in produzione la 131, prendendo il posto della 124 nel catalogo della FIAT, qualcuno in Corso Marche inizia a pensare a una versione “muscolosa” della berlina per le famiglie della FIAT. Si guarda, con ritardo, alle “Muscle Car” d'oltreoceano, berline a 2 porte e 4 posti, derivate dalle auto per famiglie, ma dotate di motori ad alte prestazioni e in alcuni casi soluzioni tecniche più avanzate. L'idea è offrire una GT a dimensione familiare, con 4 posti veri, per adulti, e un comodo bagagliaio, che mantenga la linea della berlina, ma con un tono marcatamente sportivo, quasi per allontanare lo spettro della crisi petrolifera che condiziona il mercato automobilistico. L'idea è anche quella di distanziarsi e differenziarsi da un'immagine eccessivamente sportiva (anche se, come vedremo, le cose prenderanno tutt'altra piega), le parole-chiave sono quindi "Prestazioni, Comfort di marcia e Abitabilità".

La prima incarnazione di questa nuova linea nasce nel 1976, in parallelo con la 131 Abarth Rallye, da cui mutua tutta la parte meccanica e buona parte della carrozzeria, differenziandosi solo per i passaruota allargati meno estremi e per gli spoiler anteriore e posteriore di diverso disegno. Le differenze maggiori sono negli interni, con sedili profilati rivestiti in velluto (gli inserti in pelle su schienale e seduta erano optional), la plancia di diverso disegno (alcuni esemplari erano dotati di inserti in finta radica, ma si trattava di personalizzazioni aftermarket a cura dei concessionari). Gli optional più diffusi erano i cofani motore e bagagliaio nero opaco[1], lo spoiler sul parabrezza posteriore, i fari fendinebbia e la possibilità di scegliere fra quattro diversi disegni per i cerchi in lega.

La “Seconda Serie” (1978-1981) fu quella che caratterizzò più marcatamente la 131 GT, come venne chiamata. Tre le motorizzazioni disponibili, il 2000 bialbero aspirato da 113 CV, il 2000 Volumetrico da 138 CV e il V6 2400 da 175 CV di derivazione Ferrari[2]. Diversi gli allestimenti disponibili, differenziati anche in base alle motorizzazioni; partendo dal 2.0TC, disponibile solo nell'allestimento base, la cui dotazione comprendeva:

      Calandra specifica con quattro proiettori (simile alla Racing, ma nero opaco)

      Spoiler anteriori e posteriori e passaruota di disegno specifico neri

      Cerchi in lega di disegno specifico

      Interni con plancia, console centrale e sellerie in velluto grigio antracite specifiche

      Autoradio e punti luce aggiuntivi

Fra gli optional più comuni, oltre ai cofani neri, c'erano i cerchi maggiorati, lo spoiler sul cofano posteriore, le minigonne e la possibilità di scegliere fra tre modelli di cerchi maggiorati.

Il 2.0TC Volumetrico dava maggiori possibilità di personalizzazione, essendo disponibile in due allestimenti, GT e Abarth. Il secondo comprendeva, oltre alle dotazioni della GT:

      Calandra nera con fari a scomparsa[3] con marchio Abarth

      Spoiler sul tettuccio e sul cofano

      Minigonne

      Terminale di scarico sdoppiato con marmitta specifica

      Cerchi in lega specifici

      Assetto sportivo ribassato

      Sedili anteriori sportivi

      Marchi Abarth su cofano, bagagliaio e scritte specifiche

Gli optional a pagamento comprendevano il climatizzatore, i cofani alleggeriti[4], il kit fendinebbia e fari di profondità[5] (che però imponeva la calandra del modello GT senza fari a scomparsa)

 

Anche il V6 era disponibile nei due allestimenti GT e Abarth, che riprendevano le dotazioni del 2.0TC Volumetrico con marchi specifici, 131GT V6 nel Primo caso, e Abarth 175 nel secondo. Una piccola serie di circa 175 esemplari fu allestita come 131 Dino, che riprendeva le dotazioni della GT con l’aggiunta dei marchi specifici, della selleria in pelle e dello scarico sdoppiato.

 


 

Le altre FIAT

    

1              132/Argenta

Anche la 132 prima e l’Argenta poi ebbero le versioni “sotto steroidi”, che fecero capolino nel 1978 in occasione del restyling. Le motorizzazioni erano comuni alla 131, ovvero il bialbero “Lampredi” da due litri e il V6 “Dino”[6]. Gli allestimenti “sportivi” dell’ammiraglia di Mirafiori prediligevano il comfort e un accenno di lusso, senza però andare a intaccare la quota di mercato del marchio “premium”, ovvero Lancia. Le due motorizzazioni (140 cavalli per il volumetrico e 175 per il V6 Dino) erano abbinate a cambi manuali 5 marce ZF (Il V6 aveva la griglia invertita, con la prima in basso, per dare un tono di sportività maggiore.) e solo per il due litri era disponibile un cambio automatico a tre rapporti. Le linee esteriori erano sostanzialmente immutate, ma caratterizzate da filetti rossi e particolari in nero opaco, che appesantivano ulteriormente la linea tutt’altro che filante della 132.

A differenza della 131, per la 132 il due litri volumetrico era disponibile in un unico allestimento, denominato 132 GT Volumex, caratterizzato dalla calandra nera o cromata coi fari a scomparsa[7], dalle minigonne e da un discreto spoiler anteriore, oltre che dai soliti cerchi in lega specifici e dallo scarico sdoppiato. La motorizzazione Dino invece era disponibile in due allestimenti, uno più improntato all’eleganza e al comfort, denominato 132 2400, mentre il secondo, più sportivo, era identificato come 132 Dino.

La 132 2400 aveva doppi fari di identico diametro, fendinebbia incorporati nello spoiler e appendici aerodinamiche discrete. Gli interni erano disponibili in tre allestimenti, velluto, pelle e velluto e interamente in pelle, in tre combinazioni cromatiche abbinabili agli esterni (marrone chiaro, marrone scuro e nero). Anche la plancia in vera radica era rivestita in pelle, come volante, leva e cuffia del cambio. Erano presenti servosterzo e condizionatore, mentre il cambio automatico, ufficialmente opzionale era di fatto di serie. Fra gli optional “di serie”, c’era il set di valigie, realizzato su misura per il bagagliaio.

La 132 Dino aveva interni in pelle nera, climatizzatore, cerchi in lega specifici, minigonne e spoiler anteriore, mentre la plancia, rivisitata, era in alluminio spazzolato. Immancabile lo scarico completamente rivisto e sdoppiato, con due terminali ai due lati della paraurti, e i marchi specifici.

Dal 1981 gli stessi allestimenti furono disponibili per l’Argenta, che rimase caratterizzata dalla calandra nera coi fari a scomparsa per tutte le versioni e per le luci posteriori fumé.

Dell’Argenta furono allestite diverse serie limitate, immutate nella carrozzeria, ma con dettagli interni (e in alcuni casi esterni) specifici. Si trattò spesso di collaborazioni con case di moda come Versace, anche se la più conosciuta e appariscente fu la Abarth Racing del 1984.

 

2              La Lingotto

La Lingotto fu l’ultima evoluzione della linea, ormai obsolescente, della 131. Nessuna modifica strutturale, meccanica o motoristica, solo una linea molto “americana”, con una carrozzeria due porte e una rivisitazione dei lamierati per allungare il cofano e ridurre lo sbalzo posteriore, con il parabrezza posteriore quasi verticale e linee decisamente squadrate. Niente di nuovo sotto il cofano, almeno per la prima serie, con il solito Lampredi Volumex identificato da una piccola gobba sul lato sinistro del cofano.

Interessanti le soluzioni quali le portiere senza montanti con i finestrini senza cornici, il differenziale autobloccante e la possibilità di avere, come optional “di serie”, la strumentazione digitale. Il frontale, non particolarmente innovativo, aveva i soliti fari a scomparsa e uno spoiler anteriore discreto ma funzionale.

Gli allestimenti, per la prima serie erano i classici due, Lingotto e Lingotto Abarth, quest’ultimo caratterizzato da marchi e cerchi specifici, e dallo scarico sdoppiato. Il motore era stato portato a 150 CV in questa versione.

 


 

 

 

 


 




[1] Si trattava dei normali cofani di serie, in lamiera, dipinti di nero opaco.

[2] Era il “Dino” che aveva già equipaggiato le “Dino Ferrari” e le Stratos.

[3] I fari erano nascosti dietro una mascherina scorrevole, mossa da due motorini elettrici, uno per lato. In caso di necessità, era possibile il lampeggio e un minimo di illuminazione della strada anche a mascherine chiuse.

[4] In questo casi si trattava di veri e proprio cofani in vetroresina.

[5] I gruppi ottici erano composti da quattro elementi circolari, i due più esterni, di diametro maggiore, ospitavano gli anabbaglianti, mentre quelli interni, di diametro minore, erano dedicati agli abbaglianti. Erano poi presenti due elementi rettangolari che ospitavano i fendinebbia.

[6] Il V6 della 130 era stato escluso, prevalentemente per questioni di marketing e immagine.

[7] Praticamente identici a quelli della 131.

Marte Italiana, parte I

 

Storia della Colonizzazione Italiana di Marte

Parte V - Lo “Stato Italiano di Marte” e il Dopoguerra – 1940-1963

 

Come abbiamo visto, gli anni del fascismo avevano avuto un netto incremento dell’emigrazione verso Marte, che offriva condizioni di vita migliori rispetto alla Luna, e dove era più facile costruire le infrastrutture necessarie ad ospitare un afflusso di coloni costante e a gestire il naturale aumento della popolazione.

La pianificazione degli insediamenti fu accurata, e vista l’esperienza delle “città di fondazione” della bonifica pontina, si riuscì a procedere in maniera spedita a costruire diversi nuovi insediamenti, alla cui pianificazione e disegno architettonico contribuirono i migliori architetti attivi all’epoca (Piacentini, Terragni, ma soprattutto Sant’Elia). Furono pianificate tre tipi principali di insediamenti, le Città, fulcro principale delle attività commerciali e residenziali, e in parte industriali, come Littoria, Vittoria, Mussolinia; i Borghi, satellitari rispetto agli insediamenti principali, che, nelle intenzioni, avrebbero ospitato le attività industriali, di trasformazione e quelle primarie (estrattive e agricole) che il territorio consentiva, fra i principali possiamo ricordare Borgo Piave, Borgo Isonzo, Borgo Cadorna, Borgo Montello, e diversi altri, i cui toponimi si rifacevano ai principali personaggi ed eventi bellici della Grande Guerra. Infine vi erano i Villaggi, insediamenti prevalentemente rurali e dedicati all’agricoltura (con alcune segnate eccezioni estrattive o minerarie), la cui toponomastica si rifaceva a benefattori, industriali o alle attività che vi si svolgevano, come esempi possiamo portare il Villaggio Pirelli, che forniva buona parte della gomma prodotta su Marte, il Villaggio Duca degli Abruzzi, specializzato nelle coltivazioni agricole sperimentali, i Villaggi Siderurgico (specializzato nell’estrazione e nella lavorazione dei minerali ferrosi), Murano (produzione di silicati e vetro), Cirio, Sada (specializzato nelle conserve a base di carne).

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale è un momento fondamentale, Balbo è Governatore delle Colonie Marzie dal 1933, ma dalla metà degli anni ’30 le sue visite sulla terra si fanno sempre più rade. È una sorta di esilio dorato, in cui Balbo organizza (e gestisce) la colonia come cosa sua. Rispetta, e anzi supera le rimesse previste, e la Colonia cresce, florida, fino a raggiungere di fatto l’indipendenza alimentare e industriale nel 1938. Di fatto Marte è totalmente autosufficiente, anche grazie a una rete di scambi con gli insediamenti degli altri Stati[1]. Nonostante Marte sia assolutamente Zona Smilitarizzata, a seguito del Trattato di Eindhoven del 1916 e di quello, definitivo, di Ascona del 1923[2], Balbo organizza le prime unità di Fanteria Spaziale, anche se tecnicamente si trattava dei Battaglioni Celeri e Mobili del Corpo della Polizia Marziana. La colonia sarebbe quindi in grado di fare in modo che l’ordine sia mantenuto, in caso di sommovimenti o disturbi.

Il 10 Giugno 1940 alle ore 18:00, affacciato al balcone di Palazzo Venezia, Mussolini, Duce del Fascismo, pronuncia le fatidiche parole:

 

Un'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L'ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.”

 

È l’ora delle decisioni irrevocabili, di cui Balbo non sa nulla. Riceve il testo del discorso verso le 19:00. Trasale. La notizia lo coglie di sorpresa[3]. S’infuria, bestemmia e mette a soqquadro il suo ufficio al Palazzo del Governatorato. omissis, presente, riporta:

 

“Lo vidi camminare lungo la parete finestrata che dava su Piazza del Littorio, irrequieto e bestemmiante. Borbottava in continuazione frasi sconnesse, inintelligibili. Di colpo si voltò verso di noi, quasi accorgendosi solo in quel momento che eravamo lì, in attesa di ordini. Ci congedò con un gesto della mano, borbottando ‘Lasciatemi solo, che devo far delle cose che non mi va di fare’. Esitammo, e lui, quasi con stizza ci indicò la porta. Uscimmo senza fiatare.”

 

Dopo una decina di minuti richiama lo Stato Maggiore del Governatorato, e fa convocare alcuni personaggi di spicco, notabili, industriali. Invia diversi velivoli e treni speciali per fare in modo che tutte le persone che ritiene di coinvolgere siano presenti.

La riunione avviene a porte chiuse, e i partecipanti lasceranno ampie note nella loro memorialistica di quello che accadde in quelle concitate ore.

Alle 21:30, ora di Roma[4] Italo Balbo siede alla sua scrivania nel Palazzo del Governatorato, e legge lo scarno comunicato davanti ai microfoni e agli operatori dell’EIAR-M. Il messaggio audio viene ritrasmesso verso la Luna e verso la terra.

 

Oggi, 10 Giugno 1940, XVIII dell’era Fascista, il Duce della Nazione ha dichiarato guerra al Regno Unito e alla Francia. Noi, Italiani di Marte, apprendiamo con sgomento la notizia, che ci sorprende e ci stupisce. Lo stupore nasce dal fatto che di questa notizia non eravamo stati informati, e non abbiamo avuto modo di preparare il nostro contributo agli sforzi della Patria. Visti i trattati a cui siamo vincolati, e che noi stessi abbiamo promosso allo scopo di garantire la nostra sovranità su queste terre rese italianissime dagli sforzi e dai sacrifici che tutti noi abbiamo impiegato per renderle floride e fertili, ci troviamo nella necessità di ribadire la totale neutralità e non belligeranza di tutti gli italiani presenti su Marte, nel rispetto delle convenzioni e degli accordi di cui noi siamo garanti. Questa dichiarazione vuole comunque significare e avvertire qualunque potenza o stato che abbia mire imperialistiche su Marte Italiana che noi siamo pronti, risoluti e determinati a difendere ogni pezzo di questa terra irrevocabilmente italiana! Viva l’Italia, Viva Marte Italiana! A Noi!”

 

Contestualmente invia note ai Governatori francesi, britannici, statunitensi e tedeschi, quelli direttamente confinanti; ordina la chiusura di tutte le frontiere, e inizia il monitoraggio di tutte le esportazioni idriche ed energetiche.

Inizia quella fase di neutralità, non riconosciuta, che durerà fino al 25 Luglio 1943. Le condizioni di vita nella colonia sono più che soddisfacenti, anzi, si riesce a esportare quanto basta, sia verso i paesi neutrali, che verso le altre colonie marziane, per poter acquistare quello che manca. Nessuna delle altre colonie dichiarerà l’embargo[5], e il commercio, per quanto condizionato dalle dinamiche dell’antagonismo e della preservazione delle risorse interne, rimase sempre florido e attivo.

Il 25 Luglio del 1943 Balbo, per ovvi motivi, non può partecipare alla riunione del Gran Consiglio del Fascismo, ma è stato informato e ne conosce i risvolti. La sua presa di posizione lo ha di fatto estromesso da tutto ciò che riguarda l’Italia. I suoi simpatizzanti sono guardati con sospetto, e lui comunque non ha mai mancato di inviare materiali, e uomini quando le condizioni lo hanno reso possibile[6]. Non appena ricevette il risultato della deliberazione del Gran Consiglio[7], Balbo preparò un discorso[8] che fu trasmesso in audio verso la Luna e la Terra a metà mattina[9].

 

“Questa notte, Il Gran Consiglio del Fascismo ha scritto la parola ‘Fine’ a una triste avventura che ha rischiato di distruggere tutto ciò in cui tutti noi abbiamo creduto. Noi, Italiani di Marte, restiamo fedeli ai principi che ci hanno condotto qui, a coltivare e a domare questa terra, che in apparenza arida ci ha pur dato tanti frutti. Noi, Italiani di Marte, abbiamo dichiarato la nostra non belligeranza, la nostra neutralità rispetto alle tragedie che attanagliano la nostra amata Madrepatria. Seppur dolenti e combattuti, abbiamo preferito concentrarci sul nostro lavoro, abbiamo salutato con orgoglio i nostri Volontari che hanno scelto di dare il loro contributo allo sforzo sulla Terra. Ora però è venuto il momento di prendere una posizione che sia quella per cui gli italiani di Marte ne traggano il maggior beneficio. Da ora, proclamo che tutti i territori italiani di Marte formano uno Stato, autonomo e indipendente, che avrà il nome di Stato Italiano di Marte, di cui io mi dichiaro Custode fintantoché il Duce del Fascismo o il Re Imperatore non ne reclamino la legittima sovranità al termine delle ostilità in corso. Per ora lo Stato Italiano di Marte proclama e rivendicata la propria neutralità e non belligeranza!”

 

Con queste parole, pronunciate da Italo Balbo quale Governatore di Marte Italiana ha inizio una nuova fase.

 

Balbo aveva fatto bene i suoi conti. Per un motivo o per l’altro, le colonie confinanti dipendevano dal territorio controllato dagli italiani. La Parte tedesca, la colonia meno numerosa su Marte, dipendeva da quella Italiana per quanto riguardava le forniture di acqua potabile, energia elettrica, ma soprattutto per gli spazioporti[10]. Quella britannica aveva in comune la gestione delle risorse idriche, quindi nessuna delle due poteva prescindere dall’altra. Quella francese e quella statunitense avevano in comune la rete elettrica e parte di quella idrica. Era quindi fuori discussione che una delle altre Colonie potesse mettere in atto alcuna ritorsione senza subirne le dirette conseguenze.

Balbo aveva inoltre istituito una forza paramilitare, denominata Polizia Marziana Italiana, che affiancava i Reali Carabinieri[11] e la Regia Guardia di Finanza. Si trattava di una forza ben strutturata, militarmente organizzata e con equipaggiamenti di primordine (era infatti l’unica forza di Polizia presente su Marte dotata di mezzi blindati in grado di operare al di fuori delle aree urbane o nelle loro vicinanze), ottimo addestramento e di chiara e specchiata fedeltà. Il personale della Milizia Marziana per la Sicurezza Nazionale, sia quello volontario che quello “professionale” della Milizia Confinaria, Ferroviaria e della Strada fu prontamente riorganizzato, quello volontario e quello che poteva rappresentare una possibile minaccia alla neutralità venne “epurato” e trasferito ad altri incarichi[12], mentre il restante confluì nelle nuove specialità della Polizia Marziana Italiana, che nel 1944 assunse la nuova denominazione di Corpo delle Polizia dello Stato Italiano di Marte. Sia i Carabinieri che la Guardia di Finanza rimasero Corpi separati, i Carabinieri cessarono di esistere intorno al 1947, quando gli ultimi elementi furono congedati o fecero rientro sulla Terra, mentre la Guardia di Finanza continuò ad esistere, mantenendo le sue funzioni, fino alle riforme degli anni ’70, che non videro però nessuno stravolgimento nel Corpo.

Gli anni del dopoguerra furono anni di grande fermento, anche culturale, che videro lo Stato Italiano di Marte ospitare artisti e intellettuali che ebbero l’opportunità di lavorare senza certi vincoli. Non si trattava di uno ambiente libero da vincoli o controlli, anzi, la censura era presente e a volte oppressiva, soprattutto nelle critiche ai gerarchi. Dagli anni ’50 in poi gli Stati Uniti finanziarono ampiamente lo Stato Italiano di Marte in funzione anti-sovietica. Ma restava uno stato sostanzialmente laico, lontano dal moralismo cattolico, per certi versi quasi “Dannunziano”.

La prima “costituzione”, chiamata “Legge Fondamentale dello Stato”[13] è del 1946, due anni anteriore alla Costituzione della Repubblica Italiana. È un documento snello, basato sulla Costituzione di Verona e sulla Carta del Carnaro, che delinea, a volte in maniera utopica, uno stato corporativo, autoritario, ma in cui vengono declinati alcuni elementi di stampo chiaramente socialista. La reale applicazione di alcune parti rimarrà puramente teorica, e i successivi emendamenti (o meglio le revisioni che la Legge vedrà), soprattutto dagli anni ’60 in poi, la trasformeranno in maniera marcatamente tradizionalista e conservatrice, pur mantenendo alcuni principi spiccatamente liberali[14]. Questo periodo, di cui parleremo più estesamente nel capitolo successivo, è anche quello segnato dalla stagnazione economica e sociale, che erode la ricchezza accumulata dallo Stato negli anni del dopoguerra.

Marte Italiana esce dagli anni della guerra intatta, anzi, florida. La neutralità ha giovato all’economia, anche quella sommersa. Si commercia con tutti, materie prime, ma anche prodotti lavorati. Le industrie lavorano a pieno regime, e i Villaggi agricoli sfamano non solo lo Stato, ma anche gli insediamenti tedeschi, e le esportazioni sono costanti e pagate in valuta pregiata. Il limbo del mancato riconoscimento internazionale non pesa, visto che la guerra ha di fatto isolato il pianeta (e anche la Luna) dalla Terra, e le vie diplomatiche seguono percorsi propri, dettati più dalla convenienza o dalla necessità di sopravvivere che dagli schieramenti, politici o militari.



[1] In particolare, gli insediamenti degli Stati Uniti dipendevano dal commercio con gli insediamenti italiani per buona parte della produzione alimentare e di materiali lavorati.

[2] Dopo i fatti del 1915 e 1916, la smilitarizzazione dello spazio fu rispettata da tutte le nazioni.

[3] Mussolini decise di non avvisare Balbo e Graziani, Governatore della Luna, temendo, a ragione, che le comunicazioni potessero essere intercettate.

[4] L’ora di Roma era quella usata per le Comunicazioni Ufficiali in tutti gli insediamenti.

[5] Il Trattato di Ascona vieta esplicitamente l’embargo verso i beni di prima necessità fra le colonie. Gli eventi del 1915 avevano lasciato un segno tale per cui nessun paese era disposto a far si che si ripetesse una situazione simile.

[6] Il trattato di Ascona prevedeva che le varie Colonie potessero inviare e ricevere spedizioni di materiali (sia prodotti finiti che materie grezze, ma anche personale, civile, amministrativo e militare).

[7] Lo scioglimento della riunione avviene alle 02:40 del 25 Luglio, la conferma della notizia arrivò a Balbo verso le 04:00.

[8] Il testo fu inviato alle rappresentanze diplomatiche su parte intorno alle 08:00, e ritrasmesso verso la Luna e la Terra poco dopo.

[9] Il discorso, registrato, fu trasmesso dopo le 10:00

[10] Gli spazioporti tedeschi, per quanto fra i più moderni su Marte, non garantivano superficie idonee alla discesa dei veicoli commerciali sul lungo periodo, e a esclusione di quello di Humboldtstadt, erano inoltre privi delle strutture idonee a gestire passeggeri e merci in volumi commerciali.

[11] Per quanto facenti parti del Regio Esercito, i Carabinieri erano considerati una Gendarmeria, e quindi ammessa dal trattato di Ascona.

[12] Sull’epurazione, si vedano i vari saggi di in bibliografia.

[13] Nella scelta di chiamare questa carta Legge Fondamentale e non Costituzione, e anche la scelta del nome, “Stato Italiano di Marte”, richiama l’affinità con il regime franchista, che era un punto di riferimento per la maggior parte dei vertici dello Stato.

[14] In particolari le leggi sul matrimonio, il divorzio, e la tacita tolleranza verso l’aborto, facevano dello Stato Italiano di Marte uno dei più moderni per quanto riguarda il diritto di famiglia.

La Rete Ferroviaria Marziana. Primi lineamenti.

  La rete ferroviaria delle colonie italiane di Marte è quella maggiormente sviluppata sia come materiale rotabile che come estensione. È to...